il libro

•4 febbraio 2010 • 2 commenti

Armadio. Mi ricordo di quando da ragazzino volevo riempire i ripiani e le pareti interne di buchi per poterci entrare e fare finta che fosse un labirinto. Ma si può dire riempire di buchi? Cioè quando una cosa è piena di buchi c’è ancora? Maledetta Storia Infinita. Come fa una persona a venir su normale se già a undici anni gli fai leggere di un enorme numero di matti, nella Città degli Imperatori, che battono a caso su macchine da scrivere di modo che, con un tempo infinito a disposizione, salti fuori necessariamente qualunque storia, persino quella di me che sto scrivendo questo post. E di voi che state leggendo questo post. E dei matti stessi che scrivono di se stessi che scrivono. Così alla lunga dovranno per forza riscrivere tutto quello che hanno scritto, comprese tutte le storie possibili e loro stessi che scrivono tutte le storie possibili.
La mia copia è rilegata in tela rossa, e l’inchiostro è rosso quando la storia è ambientata nella realtà, e verde quando è ambientata in Fantasia. Esattamente come viene descritto il libro della Storia Infinita su cui il Vecchio della Montagna Vagante scrive tutto quello che accade. E quando l’Infanta Imperatrice chiede al Vecchio, che in quel momento sta scrivendo in verde la loro stessa conversazione, di raccontarle la Storia Infinita dall’inizio, che è lo stesso inizio, in rosso, del libro vero che io sto leggendo, la mano gli trema al pensiero di ciò che succederà. Egli è infatti costretto a scrivere tutto ciò che accade, compreso egli stesso che racconta la Storia Infinita, dall’inizio fino al punto in cui l’Infanta Imperatrice gli ha chiesto di raccontargliela e lui inizia a raccontarla. E così, raccontando e scrivendo di se stesso che racconta e scrive, di nuovo dovrà raccontarla e scriverla, e di nuovo, e ancora, all’infinito.
Ora ditemi se Michael Ende non era un genio e l’autoriferimento una cosa meravigliosa.

i giorni della merla

•31 gennaio 2010 • Lascia un commento

E’ più forte di te, quando c’è la neve parti in bicicletta e vai a Monte Battaglia.
Sali quei cinque chilometri come fossero in discesa, sei euforico.
La bellezza del paesaggio ti disorienta, ti senti estatico, è come avere l’universo addosso.
E’ qualcosa di mentale, monti rapporti che neanche d’estate. La potenza scaturisce dall’esterno.
E’ ovunque, alzi lo sguardo sopra di te e tutto ciò che vedi è una distesa bianca che vorresti poter abbracciare tutt’una.
Impossibile descrivere.
A un certo punto guardando giù verso la valle vedi, in mezzo al bianco poco lontano, una coppia. Un ragazzo e una ragazza, seduti l’una di spalle tra le gambe dell’altro che la cinge con le braccia, in un abbraccio rivolto al candore del versante.
Li invidi e li ami.
Continui a salire.
Sei la montagna.

Scendere a cinquanta chilometri orari con un paio di gradi centigradi ti porta a tremare convulsamente nei primi cento metri.
Devi scendere cinque chilometri.

La coppia è ancora seduta nello stesso punto, ma ora cinque o sei caprioli si sono avvicinati, sono a dieci metri da loro.
Guardi incantato la scena, pochi attimi a quella velocità.
Pensi a come debba essere stare lì, e a come ricorderanno questo giorno, ignari che tu abbia assistito fugacemente, e raccontato di loro.

•23 gennaio 2010 • 3 commenti

Vi  ricordate di x?

Parliamo un attimo della sua amica, potremmo chiamarla x².

Tutto ebbe inizio quando x² cominciò a fare discorsi simpatici a me e un mio amico, in un periodo in cui eravamo abbastanza giù di morale per i nostri insuccessi sentimentali. Capirete bene che, quando uno si sente solo, triste e non riesce a trovare una ragazza come invece fanno molti dei suoi amici, la cosa migliore è avere al proprio fianco un’amica come x² che dice cose come:

“non vi sposerete mai”

“non avrete mai una tipa”

“quando voi vi sposerete io sarò già nonna con mille nipoti”

“cosa ve ne fate dell’uccello, ve lo potete anche tagliare” [sic.]

“vi andrebbe grassa a trovare una come me”

“cosa andate in quel posto a fare, tanto non combinate nulla”

Noi, stupidi ingrati, iniziammo a cambiare il nostro atteggiamento nei suoi confronti, smettendo di parlare di cose private davanti a lei, ironizzando sul fatto che quando fosse andata via avremmo potuto parlare tranquilli, o dicendoci di stare attenti che se ci avesse sentito ci avrebbe disprezzato.

Apriti cielo.

“mi sa che a te della mia amicizia e di quella di [suo moroso] non te ne freghi un cazzo se ti trovi bene a fare cazzate con raf [chi scrive] buon divertimento”

“il rispetto si deve avere secondo me anche per gli amici”

“della nostra amicizia non te ne frega niente quindi vuole dire che fino a oggi hai finto”

“di raf non me ne frega un cazzo”

“siccome ti voglio bene ti dico solo di non farti infinocchiare troppo da raf e di scegliere tu con la tua testa le vere amicizie, guardati le spalle”

“mi hai detto che so solo criticare che dovrei guardare a quello che faccio e altre cattiverie non so chi sia stato peggio”

Ed ecco che magistralmente interviene x, come ho già raccontato nell’altro post, col suo pungente messaggio super partes:

“guarda che quando x² vi fa delle critiche (quindi quando pensate che disprezzi) se ci pensate bene non ha tutti i torti. io consiglierei un bell’esame di coscienza….”

Ora sono passati alcuni anni, quindi la situazione è tornata alla normalità. Il nuovo ragazzo di x, la cui travagliata storia trovate sempre nell’altro post, non mi sta simpatico, ma non si può dire che non sia gentile coi suoi amici. Cerca infatti bonariamente di spronare il mio amico (erano compagni di squadra a basket) a conoscere qualche ragazza, offrendosi di presentargli delle sue amiche.

Ma non ha fatto i conti con x².

Per x² infatti questo comportamento, che a me sembrava senz’altro utile e disinteressato, è invece fastidioso, perchè, udite, calca dei tasti dolenti. Ora se qualcuno sentisse il bisogno di rileggere le frasi di x², gli risparmierò la fatica ripetendo la migliore, il premio Pulitzer della delicatezza:

“cosa ve ne fate dell’uccello, ve lo potete anche tagliare”

figure

•22 gennaio 2010 • 2 commenti

Mentre guardo i voti appesi al muro alla fine della quinta superiore, ci sono vicino a me un mio compagno e sua madre. Vedo che la figlia del mio prof. di matematica, che frequenta la stessa scuola ed ha la mia età, in matematica ha cinque. Dico al mio compagno che ce ne vuole un bel po’ per avere cinque in matematica pur avendo il padre che la insegna. La madre si volta verso di me e mi guarda male che più non si può. Poco dopo, quando si è allontanata, chiedo al mio compagno quanto avesse lui in matematica.
Tre.
Guardo il muro.
Guardo lui.
E cosa fa tua mamma?
La prof. di matematica.

avere rispetto

•20 gennaio 2010 • 2 commenti

Andiamo dal barbiere, io e mio padre. Sulla via del ritorno ci fermiamo al cimitero, piccolo e deserto, vecchio. Comincia a indicarmi le tombe man mano che camminiamo. Questo lavorava con me; questo era un mio amico quando stavo ancora su. Questo era un nostro vicino, passava sempre lì da noi quando stavamo ancora al rio. Questo era un altro che conoscevo;  questa era sua moglie. Alcune di quelle lapidi me le ha indicate centinaia di volte, ma sembra parlare più con se stesso che con me. Io lo seguo, congelandomi fuori quanto dentro, e non voglio mettere le mani in tasca perchè da bambino mi insegnò che non si tengono le mani in tasca nei cimiteri, in segno di rispetto. Ricordo che da piccolo non riuscivo a capire perchè. Passiamo di fronte alla tomba della sorella di mia madre, morta quando aveva vent’anni. Mia madre era una bambina. Mi chiede se so com’è morta. So che c’era un uomo che la seguiva ovunque, che l’infastidiva. No, mi spiega che così è come lo raccontano i parenti di mia madre, ma la realtà è che quell’uomo era il suo ragazzo, ma i miei nonni disapprovavano. Così lei si uccise. Qualche giorno prima disse, parlando come per caso, che se fosse morta voleva essere sepolta con un vestito bianco.
Più avanti arriviamo alle tombe dei genitori di mio padre, e dei suoi tre fratelli. Le sorelle sono ancora vive, ma i fratelli sono tutti lì. Penso alla fotografia che teniamo in cucina, di lui da giovane con tutta la famiglia, e mi chiedo che cosa resti, alla fine, di un uomo.
Quando usciamo entra un tizio, più giovane di mio padre, con le mani in tasca. Mio padre neanche lo nota, ma io sì. Vorrei tornare indietro e urlargli in faccia di tirarle fuori, di avere rispetto per la memoria dei morti. Ora capisco il perchè.

altro sogno

•15 gennaio 2010 • Lascia un commento

Racconto di un sogno, non leggete.

Sono in macchina con mia mamma e mia nonna, quando mia nonna si sente poco bene e chiamiamo un’ambulanza. Mia mamma sale sull’ambulanza e uno dei paramedici mi dice di seguirli con la macchina e io chiedo se devo suonare la sirena. No, mi risponde, quella la suonano loro. Partiamo, ma loro vanno velocissimi e presto li perdo. Giro a caso cercando l’ospedale, a quel punto in macchina con me c’è anche un amico. Sentiamo le sirene di un’altra ambulanza e scopriamo che l’ospedale era proprio di fianco a noi. Scendiamo dall’auto e andiamo all’ingresso principale, solo che questo è un foro nel muro a diversi metri di altezza e molto inclinato, così che è impossibile inerpicarsi. Allora prendo una bicicletta e vado all’ingresso sencondario, che è a poco più di dieci metri. Devo legare la bicicletta ma ho solo un lucchetto senza catena, così mi guardo intorno alla ricerca di qualcosa da usare ma non trovo nulla. Chiedo all’amico di rimanere lì a fare la guardia alla bici ed entro nell’ospedale. Non so in che stanza sia mia nonna e mi perdo subito nei corridoi. Arrivo a un vicolo cieco dove ci sono due stanze, con tre ragazze ciascuna. Parlando con loro scopro che sono tutte modelle che si sono contagiate a vicenda durante una sfilata. Rimarrei volentieri a parlare con loro ma arriva un’infermiera a chiedermi dove fossi finito e mi porta alla stanza di mia nonna. Quando entro mi accorgo che le hanno amputato le gambe e le stanno facendo una trasfusione: ha un sacco di tubicini collegati a un uomo, che le sta passando il proprio sangue. L’operazione è rischiosa, l’uomo rischia di venire contagiato dal sangue di mia nonna. Nella stanza ci sono altre due o tre persone sfigurate, con la pelle del viso e delle braccia marcia o purulente. A un certo punto urto per sbaglio l’uomo della trasfusione, dal quale si stacca un tubicino. Subito vedo scorrerre nei tubi rimasti del sangue molto più scuro e un congegno comincia a squillare. L’uomo preoccupato mi urla di sparargli con una pistola caricata di fialette che si trova su un tavolo, così gli inietto la sostanza in un braccio. Subito arriva un’infermiera che lo porta via. Lo caricano su un’altra ambulanza e mi dicono che lo trasferiscono in un altro ospedale. Io vorrei andargli dietro per sapere come sta, ma finisco in una stanza dalla quale non posso uscire senza liberarmi di un gruppo di anziani contagiati che mi stanno attorno. Ho una mazza da baseball e comincio a colpirli sulla testa cercando di ucciderli, ma per quanto mi sforzi non ci riesco. Salgo su un tavolo e li tempesto di mazzate senza risultato. Finalmente qualcuno entra nella stanza e mi insegna come caricare meglio i colpi e così riesco a sfondar loro le teste.  Esco e mi trovo all’aperto in mezzo a un mercatino dell’usato, in cui la roba vecchia è accatastata tutta in una grande montagna. C’è l’uomo di prima che mi insegue, forse per vendicarsi. Così mi arrampico sulla cima della montagna formata da mobili, pentole, chincaglieria varia. Arrivato dall’altra parte della montagna mi sento al sicuro e comincio a frugare tra la roba alla ricerca di qualcosa di interessante e ciò che non mi piace lo getto in una piccola pozza d’acqua vicino a me. A questo punto mi sveglio.

le ricette

•10 gennaio 2010 • Lascia un commento

Eccola. Non mi aspettavo di vederla così all’improvviso e dalla sorpresa il mio equilibrio sulla bicicletta vacilla mentre mi volto a guardarla, quasi sbatto contro una signora. Rallento per potermi voltare di nuovo. E’ in piedi di fianco alla sua auto, nel parcheggio dell’ospedale. Non posso fermarmi, devo andare dalla dottoressa per le ricette.
«Allora sei in vacanza?» mi chiede mentre le ricette vengono stampate. E’ la settimana prima di pasqua.
«No, sono all’università»
«Cosa fai?»
«Ingegneria»
Fa cenno di sì col capo.
«A che anno sei?»
«Al secondo. Ieri ho dato un esame»
«Ah, sì? Di cosa?»
«Elettronica analogica» Probabilmente questo non è vero, quando scrissi tutto quanto resi il dialogo meno realistico e più letterario.
Le ricette ormai sono stampate, ma lei le tiene in mano.
«Oddio, io di quella roba non ci capisco niente!» Sorride. «Almeno troverai un buon lavoro, con la laurea in ingegneria…»
Mi allunga le ricette al di sopra della scrivania. Le prendo e mi alzo.
«Già, speriamo» Non riesco a sembrare troppo convinto.
«Sì tranquillo, comunque in bocca al lupo!»
«Crepi» Apro la porta. «Arrivederci»
Torno giù in strada e mi avvio verso la bici. Mi torna subito in mente lei.
Ripasso per la stessa strada di prima, guardando se nel parcheggio ci sia ancora la sua auto. Ne dubito, sono rimasto ad aspettare il mio turno nella sala d’attesa per almeno mezz’ora. Sorpresa, c’è ancora. Mi fermo poco lontano e aspetto.

Quasi non la vedo arrivare. Una testa, sopra i tetti delle auto. Nient’altro, ma i capelli sono i suoi. Cerco di stendermi verso l’alto il più possibile, vedo che sta camminando verso la macchina. Io sono lontano e lei non può immaginarmi. Cosa faccio?
Voglio che almeno mi veda. Faccio presa sui pedali, mi rimetto in strada nella sua direzione. Sono quasi davanti all’auto quando lei è impegnata a salire, rischio che non mi veda. Cerco di rallentare un po’ coi freni e proprio all’ultimo momento prima che sparisca, lo sguardo. Dura un attimo.
Ora non posso più voltarmi, sono arrivato ad un incrocio. Pedalo senza prestare attenzione a ciò che mi circonda. Altre facce. I negozi scorrono. Non c’è più niente.

il bacio

•5 gennaio 2010 • Lascia un commento

Finisce camminando sotto la pioggia, Inizia sognando di innamorarsi. Sognando sognando, mica l’altra cosa.
Era buio e si doveva attraversare un tunnel e si aveva una sola piccola torcia in due. Chiaro che così fosse facile.
Fuori dal tunnel ci si parla, c’è da andare in un posto, non si sa dove. Il bacio, perchè era quel momento in cui viene bene, ce n’è solo uno, alla maniera un po’ goffa che si assume quando ci si bacia camminando. Era così tanto.
Ah, poi altre cose, strane, ci si perde di vista, non si sa più dove si è.
Qualcosa cambia, si sveglia.
E’ alzato ormai, rimango qui da sola. Ricordo solo quel bacio, a metà del sogno. Sapendo che lui farà altrettanto, finchè svaniremo, l’una per l’altro, entrambi.

tre single in macchina la sera del 31

•2 gennaio 2010 • Lascia un commento

ahah guarda il vecchietto
poverino, porta a spasso il cane
perchè poverino? lui le sue trombate le ha già fatte
ah è vero, alla fine lui la sua vita l’ha vissuta
siamo noi che siamo indietro
ecco cambiamo argomento per favore
era un discorso serio, sulla vita in generale
infatti
si ma è un discorso amaro

rileggersi dopo tre anni

•27 dicembre 2009 • 4 commenti

Ancora azzurra, diafana come la più irreprensibile sera di primavera.
Fenice.
Così vicina da poterla toccare.
Tutt’oggi, appena sveglio, non ho fatto altro che pensarla.
Chiedermi se anche lei mi abbia guardato, lanciato uno sguardo fugace.
Se solo potessi farle ascoltare questa musica, se solo potesse avere pietà di me.
Ascolta.
Regalarle le lacrime agli occhi.
Nome.
Ripetere il suo nome.
Come musica.
Come i passi di una corsa, veloce, sempre più veloce.
Fin quando i polmoni scoppiano, fin quando le gambe cedono.
Morire.
Eclissare.
Era come una goccia di sangue.
Un rosso lugubre si era impossessato della luna, lento come la vita.
Non potevo non aspettare che l’eclisse terminasse, non io.
Così guardandola l’ho vissuta.
L’ho vissuta per chi non c’era, l’ho vissuta per chi moriva.
L’ho vissuta per me.
L’