la faccia aperta

•24 marzo 2012 • 2 commenti

Ci risiamo.
Capito su una foto di un gatto deformato su facebook e ovviamente è pieno di commenti amorevoli “poverino – tenerissimo – carinissimo – quante coccole gli farei”.

“I simply think you’re the most fantastic, beautiful little cat I’ve ever seen in my entire life, and I am so amazed that you love life more than any little cat I’ve ever seen.”

Non so se ridere.
Se sei un animale brutto, sei brutto. Se sei un animale bello, ma deformato, puoi anche avere la faccia aperta e gli occhi che quasi ti cadono per terra che diventi comunque ancora più bello e tenero degli altri animali identici a come saresti tu se non fossi deformato.
Poi ho pensato di non scrivere questo post perchè qui non faccio che criticare la gente.
Poi ho pensato vaffanculo alla gente.

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doot doot

•9 gennaio 2012 • Lascia un commento

Ho cercato questa canzone per dodici anni.
Ho quasi pianto.

(e il video?)

sedlec

•27 dicembre 2011 • Lascia un commento

Ossario di Sedlec, Repubblica Ceca.

il camino

•23 novembre 2011 • Lascia un commento

Penso alle cose che non si dicono mai quando si è per la strada. Alla luce dei lampioni, la sera, che rende tutto soffuso, e chissà perchè, accentua l’idea dell’inverno, e ne diventa stereotipo. Mi tornano in mente i pomeriggi dalla nonna, in campagna, quando mi accoccolavo nel camino. Il camino era grande, con il fuoco acceso potevo star seduto sul bordo senza scottarmi. Man mano che gli anni passavano ci stavo sempre più stretto, dovevo piegare la testa per non sbatterla di sopra, ma mi ostinavo a sedermici, perchè non volevo accettare l’idea di crescere, di perdere prima o poi quelle giornate, così maledettamente meravigliose che quando ci penso mi viene da piangere.

le foglie

•10 novembre 2011 • 2 commenti

Non importa cosa possono dire, anche se è l’una di notte, prendo la bici da corsa ed esco. C’è la luna piena, qualche nuvola chiara, non è troppo freddo.
Sulla pista ciclabile c’è un tappeto di foglie rosse che si perde a destra e a sinistra, nell’erba.
Nelle cuffie ho Half A World Away, come l’ultima volta. Te ne avevo parlato, stavamo seduti in quella piazzetta dopo aver mangiato la pizza dal cartone, e ti ho detto di esser passato proprio da lì, proprio la notte prima. And I didn’t think of you.
Il problema è che ricordo troppo.
Ricordo quando ho visto la pallina da tennis nel parcheggio, sono sceso dalla macchina e l’ho  raccolta. Ricordo di aver pensato assurdamente, mentre la raccoglievo, se per caso non fosse di qualcuno che ci stava giocando lì, in quel parcheggio, in quel momento, chissà, forse un gruppo di ragazzini. Ricordo di averla fatta rimbalzare contro il vetro dello sportello prima di entrare, e mentre rimbalzava, ricordo di aver pensato, irrazionalmente, se non avrebbe potuto rompersi il vetro. Ricordo di averti detto che dovevi accompagnarmi a casa, e tu che eri stanca hai sospirato. Ricordo di averti dato le istruzioni per tornare all’autostrada mentre guidavi. Ricordo, prima di scendere dalla macchina, di averti chiesto se volevi tu la pallina, mentre mi chiedevo, nella mia testa, se quella pallina sarebbe diventata una sorta di simbolo di quella serata. Ricordo di essermi girato verso di te dopo essere sceso, ed essere tornato dentro per aiutarti a prendere il portafoglio dalla borsa che stava dietro. Ricordo di essermi chiesto, mentre te lo prendevo, se ci avresti messo meno tempo da sola, perchè sapevo che avevi sonno.
Ricordo di essermi girato di nuovo alla fine, e averti visto andare via.
Mentre pedalo per tornare a casa, stanotte, a un certo punto metto giù il piede e lo striscio per terra. Tutte le foglie si accumulano sulla punta e poi scappano via. L’effetto visto dall’alto è bellissimo, rischio più volte di finire fuori strada. Alla fine mi giro a guardare, tra le foglie, la riga scura che ho lasciato.

le nocciole

•14 ottobre 2011 • Lascia un commento

Mi sentivo imprigionato, bloccato, chiuso in una morsa. Cercai di divincolarmi, ma non potevo muovermi. Tentai di aprire la bocca per gridare, ma invano. La bocca non si apriva, la sentivo collosa, forse piena, tutto quello che riuscii a emettere fu un mugugno soffocato. A quel punto mi resi conto che stavo sognando, era un incubo, e come capita durante gli incubi, mi sforzai di svegliarmi. Mi dimenai, mi concentrai con tutto me stesso per prendere il controllo del mio cervello, pensai svegliati! svegliati! senza successo. Poi mi accorsi che la morsa si allentava, e allora lo pensai di nuovo. Svegliati!

Di botto fui sveglio e urlai.

Prima un semplice lungo grido, aaaaaa, che subito dopo si trasformò in mammaaaa!

Urlai mamma! più volte, mentre mi alzavo dal letto e di corsa attraversavo il corridoio per entrare in camera sua. Quando arrivai, lei dormiva, e mi stesi piano di fianco a lei. A quel punto cominciai a tranquillizzarmi.

Subito dopo, mi svegliai per davvero.

C’era un posto dove mi portava mio padre in autunno, a raccogliere le nocciole. E’ strano il ricordo che ne ho, vago, indefinito, grigio, com’era sempre il tempo in quel periodo. Era un piccolo pezzo di terra, circondato da siepi e alberi, e al centro c’era una vecchia roulotte, lasciata lì da chissà chi, anni e anni prima. Esercitava su di me un fascino ancestrale, era un mistero, avrei voluto entrarci, sapere tutto quello che c’era da sapere. Osservavo la vernice bianca piena di incostrazioni e ruggine e ogni singola macchia mi era dimostrazione concreta di quell’esistenza, dell’esistenza di quella roulotte e del passato che aveva avuto. Anche se piccolo, ero conscio che qualcuno aveva vissuto, aveva usato quella roulotte, e ora aveva dei ricordi, da qualche parte, ricordi che sarebbero scomparsi, presto o tardi.
E’ strano come la nostalgia ora si fonda col ricordo. Mi sembra di essere stato nostalgico anche allora, quando ero lì, davanti a quella roulotte. Mi sembra che già allora fossi nostalgico al pensiero che un giorno sarei stato nostalgico ricordandomi quel giorno. Quel giorno che andrà perso, che non ha senso, che non ha scopo, che non ha luogo.

E ora guardo fuori dalla finestra, fisso il pavimento del cortile, le mattonelle di pietra irregolari. Ne osservo le forme proprio lì sotto i miei occhi e non so proprio perché in questo momento io sia così cosciente di essere cosciente.

A volte vorrei semplicemente che l’universo non esistesse.

lo specchio nello specchio

•18 settembre 2011 • Lascia un commento

“In mezzo all’universo c’è un muro di cinta di impenetrabile gravità. Sopra la porta è scolpita la parola: ‘Eden’. Toccai le sbarre del cancello ed esse mi si sgretolarono fra le mani riducendosi in un mucchietto di ruggine e putridume. Entrai e mi vidi davanti una sterminata distesa di cenere e scorie, al cui centro si levava un gigantesco albero pietrificato che ghermiva con i suoi rami il cielo nero. E mentre ancora stavo lì a guardare, sentii muoversi qualcosa accanto a me, e da un buco nero nella terra strisciò fuori un essere come un enorme ragno. Potei solo notare che era terribilmente rinsecchito e terribilmente vecchio, e strascicava dietro di sé un paio di ali imponenti. Quell’essere arrancava verso di me gridando senza posa: ‘Tornate! Tornate, figli dell’uomo!’ E intanto si strappava manciate di piume e me le gettava contro. Io indietreggiai, allora prese a strillare e a ridere e urlò ancora: ‘Non c’è più nessuno all’infuori di me! Sono solo, solo, solo!’ Allora sono fuggito, non so come né dove, se per un’ora o per mille anni.”

Lo specchio nello specchio, Michael Ende, 1984