le nocciole

Mi sentivo imprigionato, bloccato, chiuso in una morsa. Cercai di divincolarmi, ma non potevo muovermi. Tentai di aprire la bocca per gridare, ma invano. La bocca non si apriva, la sentivo collosa, forse piena, tutto quello che riuscii a emettere fu un mugugno soffocato. A quel punto mi resi conto che stavo sognando, era un incubo, e come capita durante gli incubi, mi sforzai di svegliarmi. Mi dimenai, mi concentrai con tutto me stesso per prendere il controllo del mio cervello, pensai svegliati! svegliati! senza successo. Poi mi accorsi che la morsa si allentava, e allora lo pensai di nuovo. Svegliati!

Di botto fui sveglio e urlai.

Prima un semplice lungo grido, aaaaaa, che subito dopo si trasformò in mammaaaa!

Urlai mamma! più volte, mentre mi alzavo dal letto e di corsa attraversavo il corridoio per entrare in camera sua. Quando arrivai, lei dormiva, e mi stesi piano di fianco a lei. A quel punto cominciai a tranquillizzarmi.

Subito dopo, mi svegliai per davvero.

C’era un posto dove mi portava mio padre in autunno, a raccogliere le nocciole. E’ strano il ricordo che ne ho, vago, indefinito, grigio, com’era sempre il tempo in quel periodo. Era un piccolo pezzo di terra, circondato da siepi e alberi, e al centro c’era una vecchia roulotte, lasciata lì da chissà chi, anni e anni prima. Esercitava su di me un fascino ancestrale, era un mistero, avrei voluto entrarci, sapere tutto quello che c’era da sapere. Osservavo la vernice bianca piena di incostrazioni e ruggine e ogni singola macchia mi era dimostrazione concreta di quell’esistenza, dell’esistenza di quella roulotte e del passato che aveva avuto. Anche se piccolo, ero conscio che qualcuno aveva vissuto, aveva usato quella roulotte, e ora aveva dei ricordi, da qualche parte, ricordi che sarebbero scomparsi, presto o tardi.
E’ strano come la nostalgia ora si fonda col ricordo. Mi sembra di essere stato nostalgico anche allora, quando ero lì, davanti a quella roulotte. Mi sembra che già allora fossi nostalgico al pensiero che un giorno sarei stato nostalgico ricordandomi quel giorno. Quel giorno che andrà perso, che non ha senso, che non ha scopo, che non ha luogo.

E ora guardo fuori dalla finestra, fisso il pavimento del cortile, le mattonelle di pietra irregolari. Ne osservo le forme proprio lì sotto i miei occhi e non so proprio perché in questo momento io sia così cosciente di essere cosciente.

A volte vorrei semplicemente che l’universo non esistesse.

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~ di lucaraffini su 14 ottobre 2011.

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